La novella che qui proponiamo (tratta dalla raccolta “La
Mosca” del 1923 e pubblicata in “Novelle
per un anno”) sembra descrivere in toni tragicomici
l’attuale situazione energetica italiana. Leggere per
credere!
Le sorprese della scienza
di Luigi Pirandello
(tratta da la raccolta “La
mosca” del 1923, in “Novelle
per un anno”)
Avevo ben capito che l'amico Tucci, nell'invitarmi con quelle
sue calorose e pressanti lettere a passare l'estate a Milocca,
in fondo non desiderava tanto di procurare un piacere a me,
quanto a se stesso il gusto di farmi restare a bocca aperta
mostrandomi ciò che aveva saputo fare, con molto coraggio,
in tanti anni d'infaticabile operosità.
Aveva preso a suo rischio e ventura certi terreni paludosi
che ammorbavano quel paese, e ne aveva fatto i campi più
ubertosi di tutto il circondario: un paradiso!
Non mi faceva grazia nelle sue lettere di nessuno dei tanti
palpiti che quella bonifica gli era costata e di nessuno dei
tanti mezzi escogitati, dei tanti guai che gli erano diluviati,
di nessuna delle tante lotte sostenute, lui solo contro Milocca
tutta: lotte rusticane e lotte civili.
Per invogliarmi forse maggiormente, nell'ultima lettera mi
diceva tra l'altro che aveva preso in moglie una saggia massaja,
massaja in tutto: otto figliuoli in otto anni di matrimonio
(due a un parto), e un nono per via; che aveva anche la suocera
in casa, bravissima donna che gli voler a un mondo di bene,
e anche il suocero in casa, perla d'uomo, dotto latinista
e mio sviscerato ammiratore. Sicuro. Perché la mia
fama di scrittore era volata fino a Milocca, dacché
in un giornale s'era letto non so che articolo che parlava
di me e d'un mio libro, dove c’era un uomo che moriva
due volte. Leggendo quell'articolo di giornale, l'amico Tucci
s'era ricordato d'un tratto che noi era, amo stati compagni
di scuola tant'anni, al Liceo e all'Università, e aveva
parlato entusiastica mente del mio straordinario ingegno a
suo suocero, il quale subito s'era fatto venire il libro di
cui quel giornale parlava.
Ebbene, confesso che proprio quest'ultima notizia fu quella
che mi vinse. Non càpita facilmente agli scrittori
italiani la fortuna di veder la faccia dabbene d'uno dei tre
o quattro acquirenti di qualche loro libro benavventurato.
Presi il treno e partii per Milocca.
Otto ore buone di ferrovia e cinque di vettura.
Ma piano, con questa vettura! Cent'anni fa, non dico, sarà
anche stata non molto vecchia; forse qualche molla, cent'anni
fa, doveva averla ancora, anche se tre o quattro razzi delle
ruote davanti e cinque o sei di quelle di dietro erano di
già attorti di spago così come si vedevano adesso.
Cuscini, non ne parliamo! Là, su la tavola nuda; e
bisognava sedere in punta in punta, per scansare il rischio
che la carne rimanesse presa in qualche fessura, giacché
il legno, correndo, sganasciava tutto. Ma piano, con questo
correre! Doveva dirlo la bestia. E quella bestia lì
non diceva nulla: s’ajutava perfino col muso a camminare.
Sì, centomila volte sì, scambio dei piedi, voleva
metterci le froge per terra, come ce le metteva, povera decrepita
rozza, tanto gli zoccoli sferrati le facevano male. E quel
boja di vetturino intanto aveva il coraggio di dire che bisognava
saperla guidare, lasciarla andare col suo verso, perché
ombrava, ombrava e, a frustarla, ritta gli si levava come
una lepre, certe volte quella bestiaccia lì.
E che strada! Non posso dire d'averla proprio veduta bene
tutta quanta perché in certi precipizi vidi piuttosto
la morte con gli occhi. Ma c erano poi le peltate che me la
lasciavano ammirare per tutta un'eternità, tra i cigolii
del legno e il soffiai di quella rozza sfiancata, che accorava.
Da quanti mai secoli non era stata più riattata quella
strada?
- Il pan delle vetture è il brecciale, - mi spiegò
il vetturino. - Se lo mangiano con le ruote. Quando manchi
il brecciale, si mangiano la strada.
E se l'erano mangiata bene oh, quella strada! Certi solchi
che, a infilarli, non dico, ci s'andava meglio che in un binario,
da non muoversene più però, badiamo! ma, a cascarci
dentro per uno spaglio della bestia, si ribaltava com'è
vero Dio ed era grazia cavarne sano l'osso del collo
- Ma perché le lasciano così senza pane le vetture
a Milocca? - domandai.
- Perché? Perché c'è il progetto, - mi
rispose il vetturino.
- Il...?
- Progetto, sissignore. Anzi, tanti progetti, ci sono. C'è
chi vuol portare la via ferrata fino a Milocca, e chi dice
il tram e chi l'automobile. Insomma si studia, ecco, per poi
riparare come faccia meglio al caso.
- E intanto?
- Intanto io mi privo di comperare un altro legno e un'altra
bestia, perché, capirà, se mettono il treno
o il tram o l'automobile, posso fischiare.
Arrivai a Milocca a sera chiusa.
Non vidi nulla, perché secondo il calendario doveva
esserci la luna, quella sera; la luna non c'era; i lampioni
a petrolio non erano stati accesi; e dunque non ci si vedeva
neanche a tirar moccoli.
Villa Tucci era a circa mezz'ora dal paese. Ma, o che la rozza
veramente non ne potesse più o che avesse fiutato la
rimessa lì vicina, come diceva sacrando il vetturino,
il fatto è che non volle più andare avanti nemmeno
d'un passo.
E non seppi darle torto, io.
Dopo cinque ore di compagnia, m'ero quasi quasi medesimato
con quella bestia: non avrei voluto più andare avanti,
neanch'io. Pensavo:
- Chi sa, dopo tant'anni, come ritroverò Merigo Tucci!
Già me lo ricordo così in nebbia. Chi sa come
si sarà abbrutito a furia di batter la testa contro
le dure, stupide realtà quotidiane d'una meschina vita
provinciale! Da compagno di scuola, egli mi ammirava; ma ora
vuoi essere ammirato lui da me, perché, - buttati via
i libri - s'è arricchito; mentr'io, là! potrò
farmi giulebbare dal suocero dotto latinista, il quale, figuriamoci!
mi farà scontare a sudore di sangue le tre lirette
spese per il mio libro. E otto marmocchi poi, e la suocera,
Dio immortale, e la nuora buona massaja. E questo paese che
Tucci mi ha decantato ricchissimo e che intanto si fa trovare
al bujo, dopo quella stradaccia lì e questo legnetto
qua per accogliere gli ospiti. Dove son venuto a cacciarmi?
Mentre mi pascevo comodamente di queste dolci riflessioni,
la rozza, piantata lì su i quattro stinchi, si pasceva
a sua volta d'una tempesta di frustate, imperturbabilmente.
Alla fine il vetturino, stanco morto di quella sua gran fatica,
disperato e furibondo, mi propose di andare a piedi.
- È qui vicino. La valigia gliela porto io.
- E andiamo, su! Sgranchiremo le gambe - dissi io, smontando.
- Ma la via è buona, almeno? Con questo bujo...
- Lei non tema. Andrò io avanti; lei mi terrà
dietro, piano piano, con giudizio.
Fortuna ch'era bujo! Quel ch'occhio non vede, cuore non crede.
Quando però il giorno dopo vidi quell'altra strada
lì restai basito, non tanto perché c'ero passato,
quanto per il pensiero che se Dio misericordioso aveva permesso
che non ci lasciassi la pelle, chi sa a quali terribili prove
vuoi dire che m'ha predestinato.
Fu così forte l'impressione che mi fece quella strada
e poi l'aspetto di quel paese – squallido, nudo in desolato
abbandono, come dopo un saccheggio o un orrendo cataclisma;
senza vie, senz'acqua, senza luce - che la villa dell'amico
mio e l'accoglienza ch'egli mi fece con tutti i suoi e l'ammirazione
del suocero e via dicendo mi parvero rose, a confronto.
- Ma come! - dissi al Tucci. - Questo è il paese ricco
e felice, tra i più ricchi e felici del mondo?
E Tucci, socchiudendo gli occhi:
- Questo. E te ne accorgerai.
Mi venne di prenderlo a schiaffi. Perché non s'era
mica incretinito quel pezzo d'omaccione là; pareva
anzi che l'ingegno naturale, con l'alacrità e l'esperienza
della vita, nelle dure lotte contro la terra e gli uomini,
gli si fosse ingagliardito e acceso; e gli sfolgorava dagli
occhi ridenti, da cui io, sciupato e immalinconito dalle vane
brighe della città, roso dalle artificiose assidue
cure ìntellettuali, mi sentivo commiserato e deriso
a un tempo.
Ma se, ad onta delle mie previsioni, dovevo riconoscer lui,
Merigo Tucci, degno veramente d'ammirazione, quel paesettaccio
no e poi no, perdio! Ricco? felice?
- Mi canzoni? - gli gridai. - Non avete neanche acqua per
bere e per lavarvi la faccia, case da abitare, strade per
camminare, luce la sera per vedere dove andate a rompervi
il collo, e siete ricchi e felici? Va' là, ho capito,
sai. La solita retorica! La ricchezza e la felicità
nella beata ignoranza, è vero? Vuoi dirmi questo?
- No, al contrario, - mi rispose Merigo Tucci, con un sorriso,
opponendo studiatamente alla mia stizza altrettanta calma.
- Nella scienza, caro mio! La felicità nostra è
fondata nella scienza più occhialuta che abbia mai
soccorso la povera, industre umanità. Oh sì,
staremmo freschi veramente se fossero ignoranti i nostri amministratori!
Tu m insegni. Che salvaguardia può esser più
l'ignoranza in tempi come i nostri? Promettimi che non mi
domanderai più nulla fino a questa sera. Ti farò
assistere a una seduta del nostro Consiglio comunale. Appunto
questa sera si discuterà una questione di capitalissima
importanza: l'illuminazione del paese. Tu avrai dalle cose
stesse che vedrai e sentirai la dimostrazione più chiara
e più convincente di quanto ti ho detto. Intanto, la
ricchezza nostra è nelle meravigliose cascate di Chiarenza
che ti farò vedere, e nelle terre che sono, grazie
a Dio, così fertili, che ci dan tre raccolti all'anno.
Ora vedrai; vieni con me.
Passò tutto; mi sobbarcai a tutto; mi sorbii come decottini
a digiuno tutti gli spassi e le distrazioni della giornata,
col pensiero fisso alla dimostrazione che dovevo avere quella
sera al Municipio della ricchezza e della felicità
di Milocca.
Tucci, ad esempio, mi fece visitare palmo per palmo i suoi
campi? Gli sorrisi. Mi fece una nuova e più diffusa
spiegazione della sua grande impresa lì su i luoghi?
Gli sorrisi. E davvero l'impeto delle correnti aveva sgrottato
tutte le terre e a lui era toccato asciugare e rialzar le
campagne, corredandole della belletta, del grassume prezioso?
Sì? davvero? Oh che piacere! Gli sorrisi. Ma far la
roba è niente: a governarla ti voglio! E dunque gli
ulivi si governano ogni tre anni con tre o quattro corbelli
di sugo sostanzioso, pecorino? Sì? davvero? Oh che
piacere! E gli sorrisi anche quando in cantina, con un'aria
da Carlomagno, mi mostrò quattro lunghe andane di botti,
e anche lì mi spiegò come valga più saper
governare il tino che la botte e com'egli facesse più
colorito il vino e come gli accrescesse forza e corpo mescolandovi
certe qualità d'uve scelte, spicciolate, ammostate
da sé, senza mai erbe, mai foglie di sambuco o di tiglio,
mai tannino o gesso o catrame.
E sorrisi anche quando, più morto che vivo, rientrai
in villa e mi vidi venire incontro la tribú dei marmocchi
in processione, i quali, mostrandomi rotti i giocattoli che
avevo loro donati la sera avanti, mi domandavano con un lungo,
strascicato lamento, uno dopo l'altro, tra lagrime senza fine:
- Peeerché queeesto m'hai portaaato?
- Peeerché queeesto m'hai portaaato?
Carini! carini! carini!
E sorrisi anche al suocero, mio ammiratore, il quale - sissignori
- era cieco, cieco da circa dieci anni e del mio libro non
conosceva che qualche paginetta che il genero gli aveva potuto
leggere di sera, dopo cena. Voleva egli ora che glielo leggessi
io, il mio libro? Ma subito! E fu una vera fortuna per lui,
che non potesse vedere il mio sorriso, e tutti quelli che
gli porsi poi, ogni qualvolta il brav'uomo, ch'era straordinariamente
erudito, m'interrompeva nella lettura (oh, quasi a ogni rigo!)
per domandarmi con buona grazia se non credessi per avventura
che avrei fatto meglio a usare un'altra parola invece di quella
che avevo usata, o un'altra frase, o un altro costrutto, perché
Daniello Bartoli, sicuro, Daniello Bartoli...
Finalmente arrivò la sera! Ero vivo ancora, non avrei
saputo dir come, ma vivo, e potevo avere la famosa dimostrazione
che Tucci mi aveva promesso.
Andammo insieme al Municipio, per la seduta del Consiglio
comunale.
Era, come la maestra e donna di tutte le case del paese, la
più squallida e la più scura: una catapecchia
grave in uno spiazzo sterposo, con in mezzo un fosco cisternone
abbandonato Vi si saliva per una scalaccia buja, intanfata
d'umido, stenebrata a malapena da due tisici lumini filanti,
di quelli con le spere di latta, appiccati al muro quasi per
far vedere come ornati di stucco, no, per dir la verità,
non ce ne fossero, ma gromme di muffa, si e tante!
Saliva con noi una moltitudine di gente, attirata dalla discussione
di gran momento che doveva svolgersi quella sera: salii a
con un contegno, anzi con un cipiglio che doveva per forza
meravigliare uno come me, abituato a non veder mai prendere
sul serio le sedute d'un Consiglio comunale.
La meraviglia mi era poi accresciuta, dall'aria, dall'aspetto
di quella gente, che non mi pareva affatto così sciocca
da doversi con tanta facilità contentare d'esser trattata
com'era, cioè a modo di cani, dal Municipio.
Tucci fermò per la scala un tozzo omacciotto aggrondato,
barbuto, rossigno, che, evidentemente, non voleva esser distratto
dai pensieri che lo gonfiavano.
- Zagardi, ti presento l'amico mio...
E disse il mio nome. Quegli si voltò di mala grazia
e rispose appena, con un grugnito, alla presentazione. Poi
mi domandò a bruciapelo.
- Scusi, com'è illuminata la sua città? - A
luce elettrica, - risposi.
E lui, cupo:
- La compiango. Sentirà stasera. Scusi, ho fretta.
E via, a balzi, per il resto della scala.
- Sentirai, - mi ripeté Tucci, stringendomi il braccio.
- È formidabile! Eloquenza mordace, irruente. Sentirai!
- E intanto ha il coraggio di compiangermi?
- Avrà le sue ragioni. Su, su, affrettiamoci, o non
troveremo più posto.
La mastra sala, la Sala del Consiglio, rischiarata da altri
lumini a cui quelli della scala avevano ben poco da invidiare,
pareva un aula di pretura delle più sudice e polverose
I banchi dei consiglieri e le poltrone di cuojo erano della
più venerabile antichità; ma, a considerarli
bene nelle loro relazioni con quelli che tra poco avrebbero
preso posto in essi e che ora passeggiavano per la sala, assorti,
taciturni, ispidi come tanti cocomerelli selvatici pronti
a schizzare a un minimo urto il loro sugo purgativo, pareva
che non per gli anni si fossero logorati così, ma per
la cura cupamente austera del pubblico bene, per i pensieri
roditori che in loro, naturalmente, erano divenuti tarli.
Tucci mi mostrò e mi nominò a dito i consiglieri
più autorevoli: l'Ansatti tra i giovani, rivale dello
Zagardi, tozzo e barbuto anche lui, ma bruno; il Colacci,
vecchio gigantesco, calvo, sbarbato, dalla pinguedine floscia;
il Maganza, bell'uomo, militarmente impostato, che guardava
tutti con rigidezza sdegnosa. Ma ecco, ecco il sindaco in
ritardo. Quello? Sì, Anselmo Placci. Tondo, biondo,
rubicondo: quel sindaco stonava.
- Non stona, vedrai, - mi disse Tucci. - È il sindaco
che ci vuole.
Nessuno lo salutava; solo il Colacci gigantesco gli si accostò
per battergli forte la mano su la spalla. Egli sorrise, corse
a prender posto sul suo seggio, asciugandosi il sudore, e
sonò il campanello, mentre il capo - usciere gli porgeva
la nota dei consiglieri presenti. Non mancava nessuno.
Il segretario, senza aspettar l'ordine, aveva preso a leggere
il verbale della seduta precedente, che doveva essere redatto
con la più scrupolosa diligenza, perché i consiglieri
che lo ascoltavano accigliati approvavano di tratto in tratto
col capo, e in fine non trovarono nulla da ridire.
Prestai ascolto anch'io a quel verbale, volgendomi ogni tanto,
smarrito e sgomento, a guardare l'amico Tucci. A proposito
delle strade di Milocca, si parlava come niente di Londra,
di Parigi, di Berlino, di New York, di Chicago, in quel verbale,
e saltavan fuori nomi d'illustri scienziati d'ogni nazione
e calcoli complicatissimi e astrusissime disquisizioni, per
cui i capelli del magro, pallido segretario mi pareva si ritraessero
verso la nuca, man mano ch'egli leggeva, e che la fronte gli
crescesse mostruosamente. Intanto due o tre uscieri, zitti
zitti, in punta di piedi, recavano a questo e a quel banco
pile enormi di libri e grossi incartamenti.
- Nessuno ha da fare osservazioni al verbale? - domandò
alla fine il sindaco. stropicciandosi le mani paffutelle e
guardando in giro. - Allora s'intende approvato. L'ordine
del giorno reca: - Discussione del progetto presentato dalla
Giunta per un impianto idro-termo-elettrico nel Comune di
Milocca. - Signori Consiglieri! Voi conoscete già questo
progetto e avete avuto tutto il tempo d'esaminarlo e di studiarlo
in ogni sua parte. Prima di aprire la discussione, consentite
che io, anche a nome dei colleghi della Giunta, dichiari che
noi abbiamo fatto di tutto per risolvere nel minor tempo e
nel modo che ci è sembrato più conveniente,
sia per il decoro e per il vantaggio del paese, sia rispetto
alle condizioni economiche del nostro Comune, il gravissimo
problema dell'illuminazione. Aspettiamo dunque fiduciosi e
sereni il vostro giudizio, che sarà equo certamente;
e vi promettiamo fin d'ora, che accoglieremo ben volentieri
tutti quei consigli, tutte quelle modificazioni che a voi
piacerà di proporre, ispirandovi come noi al bene e
alla prosperità del nostro paese.
Nessun segno d'approvazione.
E si levò prima a parlare il consigliere Maganza,
quello dall'impastatura militaresca. Premise che sarebbe stato
brevissimo, al solito suo. Tanto più che per distruggere
e atterrare quel fantastico edificio di cartapesta (sic),
ch'era il progetto della Giunta, poche parole sarebbero bastate.
Poche parole e qualche cifra.
E punto per punto il consigliere Maganza si mise a criticare
il progetto, con straordinaria lucidità d'idee e parola
acuta, incisiva: il complesso dei lavori e delle spese; la
sanzione che si doveva dare per l'acquisto della concessione
dell'acqua di Chiarenza; i rischi gravissimi a cui sarebbe
andato incontro il Municipio: il rischio della costruzione
e il rischio dell'esercizio; l'insufficienza della somma preventivata,
che saltava agli occhi di tutti coloro che avevano fatto impianti
meccanici e sapevano come fosse impossibile contener le spese
nei limiti dei preventivi, specialmente quando questi preventivi
erano fatti sopra progetti di massima e con l'evidente proposito
di fare apparir piccola la spesa; il carattere impegnativo
che aveva l'offerta dell'accollatario, fermi restando i dati
su i quali l'offerta medesima era fondata; dati che per forza
il Consiglio avrebbe dovuto alterare con varianti e aggiunte
ai lavori idraulici, con varianti e aggiunte Gl'impianti meccanici;
e ciò oltre a tutti i casi imprevisti e imprevedibili,
di forza maggiore, e a tutte le accidentalità, incagli,
intoppi, che certamente non sarebbero mancati. Come poi fare
appunti particolareggiati senza avere a disposizione i disegni
d'esecuzione e i dati necessari? Eppure due enormi lacune
apparivano già evidentissime nel progetto: nessuna
somma per le spese generali, mentre ognuno comprendeva che
non si potevano eseguire lavori così grandiosi, così
estesi, così varii e delicati, senza gravi spese di
direzione e di sorveglianza e spese legali e amministrative;
e l'altra lacuna ben più vasta e profonda: la riserva
termica che in principio la Giunta sosteneva non necessaria
e che poi finalmente ammetteva.
E qui il consigliere Maganza, con l'ajuto dei libri che gli
avevano recati gli uscieri, si sprofondò in una intricatissima,
minuziosa confutazione scientifica, parlando della forza dei
torrenti e delle cascate e di prese e di canali e di condotte
forzate e di macchinarii e di condotte elettriche e delle
relazioni da stabilire tra riserva termica e forza idraulica,
oltre la riserva degli accumulatori; citando la Società
Edison di Milano e l'Alta Italia di Torino e ciò che
per simili impianti s'era fatto a Vienna, a Pietroburgo, a
Berlino.
Eran passate circa due ore e il brevissimo discorso non accennava
ancora di finire. Il pubblico stipato pendeva dalle labbra
dell'oratore, per nulla oppresso da tanta copia d'irta, spaventevole
erudizione. Io quasi non tiravo più fiato; eppure lo
stupore mi teneva lì, con gli occhi sbarrati e a bocca
aperta. Ma alla fine, il Maganza, mentre il pubblico s'agitava,
non già per sollievo, anzi per viva ammirazione, concluse
così:
- La dura esperienza in altre città, o signori, ha
purtroppo dimostrato che gl'impianti idro-termo-elettrici
cono della massima difficoltà e serbano dolorosissime
sorprese. Nessuno può far miracoli, e tanto meno, su
la base d'un così fatto progetto, potrà farne
il Municipio di Milocca!
Scoppiarono frenetici applausi e il consigliere Ansatti si
precipitò dal suo banco ad abbracciare e baciare il
Maganza; poi, rivolto al pubblico e ritornando man mano al
suo posto, prese a gridare tutto infocato, con violenti gesti:
- Si osa proporre, o signori, oggi, oggi, come se noi ci trovassimo
dieci o venti anni addietro, al tempo di Galileo Ferraris,
si osa proporre un impianto idro-termoelettrico a Milocca!
Ah come mi metterei a ridere, se potesse parermi uno scherzo!
Ma coi denari dei contribuenti, o signori della Giunta, non
è lecito scherzare, ed io non rido, io m'infiammo anzi
di sdegno! Un impianto idro-termo-elettrico a Milocca, quando
già spunta su l'orizzonte scientifico la gloria consacrata
di Pictet? Non vi farò il torto di credere, o signori,
che voi ignoriate chi sia l'illustre professor Pictet, colui
che con un processo di produzione economica dell'ossigeno
industriale prepara una memoranda rivoluzione nel mondo della
scienza, della tecnica e dell'industria, una rivoluzione che
sconvolgerà tutto il macchinismo della vita moderna,
sostituendo questo nuovo elemento di luce e di calore a tutti
quelli, di potenza molto minore, che finora sono in uso!
E con questo tono e con crescente fuoco, il consigliere Ansatti
spiegò al pubblico attonito e affascinato la scoperta
del Pictet, e come col sistema da lui inventato le fiamme
delle reticelle Auer sarebbero arrivate alle altissime temperature
di tremila gradi, aumentando di ben venti volte la loro luminosità;
e come la luce così ottenuta sarebbe stata, a differenza
di tutte le altre, molto simile a quella solare; e che se
poi, al posto del gas, si fosse messa un'altra miscela derivante
da un trattamento del carbon fossile col vapore acqueo e l'ossigeno
industriale, il potere calorifico sarebbe aumentato di altre
sei volte!
Mentr'egli spiegava questi prodigi, il consigliere Zagardi,
suo rivale, quello che mi aveva compianto per la scala, sogghignava
sotto sotto. L'Ansatti se ne accorse e gli gridò:
- C'è poco da sogghignare, collega Zagardi! Dico e
sostengo di altre sei volte! Ci ho qui i libri; te lo dimostrerò!
E glielo dimostrò, difatti; e alla fine, balzando da
quella terribile dimostrazione più vivo e più
infocato di prima, concluse, rivolto alla Giunta:
- Ora in quali condizioni, o ciechi amministratori, in quali
condizioni d'inferiorità si troverebbero il Municipio
e il paese di Milocca, coi loro miserabili 1000 cavalli di
forza elettrica, quando questo enorme rivolgimento sarà
nell'industria e nella vita un fatto compiuto?
- Scusami, - diss'io piano all'amico Tucci, mentre gli applausi
scrosciavano nella sala con tale impeto che il tetto pareva
ne dovesse subissare, - levami un dubbio: non è intanto
al bujo il paese di Milocca?
Ma Tucci non volle rispondermi:
Zitto! Zitto! Ecco che parla Zagardi! Sta' a sentire!
Il tozzo omacciotto barbuto s'era infatti levato, col sogghigno
ancora su le labbra, torcendosi sul mento, con gesto dispettoso,
il rosso pelo ricciuto.
- Ho sogghignato, - disse, - e sogghigno, collega Ansatti,
nel vederti così tutto fiammante d'ossigeno industriale,
paladino caloroso del professor Pictet! Ho sogghignato e sogghigno
collega Ansatti non tanto di sdegno quanto di dolore nel vedere
come tu, così accorto, tu, giovane e vigile bracco
della scienza, ti sia fermato alla nuova scoperta di quel
professor francese e, abbagliato dalla luce venti volte cresciuta
delle reticelle Auer, non abbia veduto un più recente
sistema d'illuminazione che il Municipio di Parigi va sperimentando
per farne poi l'applicazione generale nella ville lumière.
Io dico il Lusol, collega Ansatti, e non scioglierò
inni in gloria della nuova scoperta, perché non con
gl'inni si fanno le rivoluzioni nel campo della scienza, della
tecnica e dell'industria, ma con calcoli riposati e rigorosi.
E qui lo Zagardi, non smettendo mai di tormentarsi sul mento
la barbetta rossigna, piano piano, col suo fare mordace e
dispettoso, parlò della semplicità meravigliosa
delle lampade a lusol, nelle quali il calore di combustione
dello stoppino e la capillarità bastavano a determinare
senz'alcun meccanismo l'ascesa del liquido illuminante, la
sua vaporizzazione e la sua mescolanza alla forte proporzione
d'aria che rendeva la fiamma più viva e sfavillante
di quella ottenuta con qualunque altro sistema. E per un miserabilissimo
centesimo si sarebbe ormai avuta la stessa luce che si aveva
a quattro o cinque centesimi col vile petrolio, a otto o dieci
con l'ambiziosa elettricità, a quindici o venti col
pacifico olio. E il Lusol non richiedeva né costruzioni
di officine, né impianti, né canalizzazioni.
Non aveva egli dunque ragione di sogghignare?
O fosse per la tempesta suscitata nella poca aria della sala
dalle deliranti acclamazioni e dai battimani del pubblico,
o fosse per mancanza d'alimento, essendosi la seduta già
protratta oltre ogni previsione, il fatto è che, alla
fine del discorso dello Zagardi, i lumi si abbassarono di
tanto, che si era quasi al bujo quando sorse per ultimo a
parlare il Colacci, il vecchio gigantesco dalla pinguedine
floscia. Ma ecco: prima un usciere e poi un altro e poi un
terzo entrarono come fantasmi nell'aula, reggendo ciascuno
una candela stearica. L'aspettazione nel pubblico era intensa:
indimenticabile la scena che offriva quella tetra sala affollata
nella semioscurità, con quelle tre candele accese presso
il vecchio gigantesco che con ampli gesti e voce tonante mellificava
la Scienza, feconda madre di luce inestinguibile, produttrice
inesauribile di sempre nuove energie e di più splendida
vita.
Dopo le scoperte mirabili di cui avevano parlato l'Ansatti
e lo Zagardi, era più possibile sostenere l'impianto
idro-termo-elettrico proposto dalla Giunta? Che figura avrebbe
fatto il paese di Milocca illuminato soltanto a luce elettrica?
Questo era il tempo delle grandi scoperte, e ogni amministrazione
che avesse veramente a cuore il decoro del paese e il bene
dei cittadini, doveva stare in guardia dalle sorprese continue
della Scienza. Il consigliere Colacci, pertanto, sicuro d'interpretare
i voti del buon popolo milocchese e di tutti i colleghi consiglieri,
proponeva la sospensiva sul progetto della Giunta, in vista
dei nuovi studi e delle nuove scoperte che avrebbero finalmente
dato la luce al paese di Milocca.
- Hai capito? - mi domandò Tucci, uscendo poco dopo
nelle tenebre dello spiazzo sterposo innanzi al Municipio.
- E così per l'acqua, e così per le strade,
e così per tutto. Da una ventina d'anni il Colacci
si alza a ogni fine di seduta per inneggiare alla Scienza,
per inneggiare alla luce, mentre i lumi si spengono, e propone
la sospensiva su ogni progetto, in vista di nuovi studii e
di nuove scoperte. Così noi siamo salvi, amico mio!
Tu puoi star sicuro che la Scienza, a Milocca, non entrerà
mai. Hai una scatola di fiammiferi? Cavala fuori e fatti lume
da te.
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