Coinvolgere tutti i Paesi grandi produttori di CO2, adottare obiettivi ragionevoli a lungo termine, puntare sull’innovazione tecnologica. Questa la ricetta che arriva dal WEC per superare l’impasse di Kyoto
Confermando le attese della vigilia, il 20° World Energy Congress Rome07, svoltosi dall’11 al 15 novembre, ha fatto per cinque giorni di Roma la “capitale internazionale dell’energia”, gettando nell’arena del dibattito tutti gli interrogativi cruciali che riguardano il futuro del settore.
Uno dei fili conduttori è ovviamente stato il tema dei cambiamenti climatici. In particolare con riferimento al bilancio del Protocollo di Kyoto che, seppure provvisorio (scadrà infatti nel 2012), offre già oggi abbondante materia di analisi. In vista, soprattutto, di un nuovo accordo che dovrà sostituirlo su basi – come tutti auspicano – profondamente diverse.
I deludenti risultati di Kyoto
Il sostanziale fallimento di questo Protocollo è stato ormai denunciato da più parti e nella sede di “Rome2007” se ne è fatto interprete, in particolare, l’amministrare delegato di Enel, Fulvio Conti. Il giudizio non attiene, naturalmente, allo spirito del trattato e alla sua portata storica: sotto questo profilo il Protocollo di Kyoto rappresenta il punto più elevato della cooperazione internazionale per contrastare i cambiamenti climatici. Ancora oggi la logica che esso ha introdotto – quella degli impegni e degli obiettivi vincolanti – indica la strada maestra da seguire per una riconversione ecologica del settore energetico che miri, su scala mondiale, a conseguire traguardi di sostenibilità ambientale.
Il giudizio negativo attiene, invece, ai limiti strutturali che ne hanno caratterizzato la nascita e l’operatività e che hanno condotto a risultati del tutto inadeguati rispetto alle dimensioni assunte dal problema del riscaldamento globale terrestre. Nonostante gli sforzi effettuati – ha osservato Fulvio Conti – dal 1990 al 2005 le emissioni globali sono cresciute del 22%, passando da 21,6 a 26,4 miliardi di tonnellate all’anno.
Il traguardo della stabilizzazione delle emissioni – asse portante del Protocollo di Kyoto – potrà anche essere raggiunto da singoli Paesi, ma rappresenta un target proibitivo per la stessa Unione Europea, che pure è stato il soggetto più dinamico e volonteroso sullo scacchiere internazionale.
Le linee portanti del post-Kyoto
La ragione di questo fallimento è sotto gli occhi di tutti e le motivazioni esposte dell’amministratore delegato di Enel a “Rome2007” ne rappresentano una lucida sintesi.
In primo luogo è mancato un impegno condiviso e generalizzato: infatti, ha ricordato Conti « i Paesi sottoscrittori dell'accordo rappresentano solo il 30% delle emissioni totali». Ma non basta: è mancata anche la volontà (o se si preferisce il coraggio) di includere nella disciplina vincolante del Protocollo alcuni settori che concorrono pesantemente, nello scenario energetico, al processo di emissione di gas climalteranti.
Il caso dei trasporti è clamoroso e solo ora nell’Unione Europea si sta cercando di correre ai ripari. Con conseguenze rilevanti anche sul piano economico. Il fatto che il «settore termoelettrico sopporti da solo il 90% del costo della riduzione di CO2 – ha proseguito Conti - comporta il rischio di distorsioni e un aumento dei costi». Ne derivano indicazioni tassative per il post-Kyoto. Solo con l’inclusione degli altri settori responsabili delle emissioni e con il coinvolgimento diretto degli USA e dei due giganti asiatici dell’economia mondiale - Cina e India - la sfida dei cambiamenti climatici potrà essere affrontata adeguatamente.
La necessità di produrre in futuro energia sufficiente per l’intero Pianeta, a costi sopportabili e nel rispetto dell’ambiente richiede inoltre – ha puntualizzato Conti – che si fissino obiettivi a lungo termine ragionevoli e realizzabili, si incoraggino meccanismi flessibili e si assicuri una reale diversificazione delle fonti. E in questo scenario ciò che è davvero prioritario sarà la scelta di puntare su tecnologie innovative, in particolare sul nucleare di IV generazione e sulle tecniche di cattura e stoccaggio della CO2.
Birol: cambiare registro, ma coinvolgere tutti
Se le politiche adottate in materia di contenimento delle emissioni climalteranti non cambieranno rapidamente, c’è il rischio che entro la fine del secolo la temperatura terrestre aumenti fino a 6 °C rispetto al valore attuale.
Allineandosi alla conclusioni del Panel Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici (IPCC), confluite nel rapporto finale recentemente approvato a Valencia, il capo economista dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE), Fatih Birol, ha messo in guardia dagli scenari da incubo che è lecito assumere se non saranno introdotte politiche correttive nel ciclo della produzione e del consumo dell’energia.
Dall’analisi contenuta nell’Energy Outlook 2007, il rapporto annuale dell’AIE recentemente diffuso, arrivano messaggi inequivocabili in ordine all’esigenza di cambiare registro in campo energetico. Occorre puntare sull’efficienza energetica, sulla sostituzione delle fonti fossili con fonti alternative (nucleare compreso) e sull’innovazione tecnologica con particolare riguardo al ciclo di combustione del carbone e alle tecnologie di cattura e stoccaggio dell’anidride carbonica.
Queste direttrici di sviluppo sono tanto più necessarie, ha osservato Birol, se si tiene conto dell’accelerazione della domanda energetica mondiale provocata dal peso crescente di Cina e India sullo scenario internazionale.
Il punto di partenza dell’analisi condotta nell’Energy Outlook 2007 ruota, in effetti, attorno alle incognite che la crescita economica di questi due giganti dell’Asia sta proiettando sui mercati energetici e sugli equilibri socio-ambientali. «Un terzo delle emissioni cinesi proviene da attività svolte per produrre beni da esportare in tutto il mondo, per questo il problema deve essere affrontato da tutti i Paesi. Bisogna incentivare e coinvolgere la Cina nel processo verso un mondo sostenibile, altrimenti non abbiamo possibilità di soluzione» ha affermato Birol.
Nella tavola rotonda che ha dominato il dibattito nella giornata conclusiva di “Rome2007” è stato unanime il consenso sulla necessità di coinvolgere nel post-Kyoto la partecipazione fattiva di tutti i Paesi responsabili di emissioni su obiettivi ambiziosi e a lungo termine e di inaugurare una nuova stagione di forti investimenti nell’innovazione tecnologica.
Preoccupazioni che hanno trovato una sponda politica nell’intervento del ministro degli Esteri italiano, Massimo D’Alema. Che senso ha – si è chiesto D’Alema – continuare a discutere su scala mondiale di ambiente e di energia senza coinvolgere direttamente quei Paesi come la Cina, l’India e il Brasile che si avviano ad essere i maggiori consumatori? Secondo il ministro degli Esteri i tempi sono maturi per operare una seria riforma del G8 che tenga conto sia dei temi emergenti in campo energetico-ambientale, sia della necessità di corresponsabilizzare, attraverso una partecipazione diretta a questo organismo, quei Paesi destinati ad incidere maggiormente nel prossimi anni sugli scenari globali.
D’Alema: il buon esempio e i risultati concreti
L'intervento del ministro D'Alema alla sessione conclusiva del 20° Congresso Mondiale dell'Energia di Roma merita comunque una citazione particolare, per cui ne riportiamo qui una ampia sintesi. Il testo integrale del discorso è disponibile nel sito del Ministero degli Esteri.
(…) Se c’è un tema che esemplifica la natura interconnessa ed interdipendente delle grandi sfide globali che le società e le economie di oggi si trovano ad affrontare - ha affermato D'Alema - è proprio quello dell’energia e dell’ambiente. Questo tema per la sua natura sollecita una risposta corale e decisa della comunità internazionale; la difficoltà di elaborare una risposta adeguata dipende non solo dalla oggettiva complessità della questione ma anche, devo aggiungere con franchezza, dai limiti del modello di governance esistente su scala globale.
(…) Dinanzi ad una sfida di tale portata e complessità la ricerca di soluzioni condivise su scala globale è una opzione obbligata. Lo è a maggior ragione per un Paese come l’Italia, che ha da tempo dovuto accantonare anche in quest’ambito ogni velleità di autosufficienza (ammesso che ne abbia mai coltivate); ma nessun Paese o area geografica potrebbe illudersi di contare esclusivamente sulle proprie forze: perché una risposta efficace a questa sfida deve poter comportare una mobilitazione della comunità internazionale nel suo complesso.
(…) Crediamo innanzitutto che il rapporto con i Paesi emergenti – sempre più destinati, secondo le stime rese note dall’AIE, ad un ruolo di protagonisti della scena globale, che comunque di fatto già occupano – vada posto nella giusta prospettiva. Che non può essere quella di un antagonismo serrato, di una corsa competitiva all’accaparramento di fonti di energia sempre più limitate che rischierebbe di vedere pochi vincitori e molti, se non tutti, sconfitti. Come ha opportunamente ammonito il Presidente Prodi nel suo intervento di apertura, chiedere a Cina e India, così come alle altre grandi economie emergenti, di arrestare il proprio sviluppo per permettere di rimediare agli squilibri di cui altri portano la principale responsabilità è moralmente inaccettabile; è economicamente controproducente; è politicamente insostenibile. I Paesi emergenti rappresentano indubbiamente una parte del problema (allo stato attuale, è bene ricordarlo e bene a fatto l’AIE a ricordarcelo, una parte pur sempre inferiore rispetto a quella che portano su di sé i Paesi industrializzati); ma sono anche e prima di tutto una parte essenziale della sua soluzione; soprattutto, con il loro contributo possono concorrere in modo determinante alla nostra sicurezza, alla nostra competitività ed ai nostri stessi impegni contro il cambiamento climatico. La sicurezza energetica – così come le altre priorità della politica energetica - non può essere prerogativa o obiettivo di un singolo Paese. Il principio della indivisibilità della sicurezza energetica riguarda sicuramente tutti gli Stati membri dell’Unione Europea, pur nel rispetto delle scelte nazionali in materia di mix di combustibili, e presuppone un nuovo rapporto fra fornitori e consumatori.
(…) Alle priorità che secondo un giudizio abbastanza diffuso devono costituire i pilastri della futura politica dell’Europa in campo energetico-ambientale corrispondono altrettanti imperativi della cooperazione internazionale in materia. Mi riferisco: -- alla priorità del risparmio e dell’efficienza energetica, dove ci è stato dimostrato in questi giorni come possano essere conseguiti avanzamenti ragguardevoli a costi relativamente contenuti (basti pensare che se tutti gli autoveicoli dei Paesi industrializzati si adeguassero ai più avanzati standard di consumo di carburante si otterrebbe un risparmio su base giornaliera pari all’intera produzione dell’Arabia Saudita!) -- alla diversificazione del mix energetico: per cui l’incremento della quota di fonti rinnovabili, sulla scia dei traguardi ambiziosi fissati dal Consiglio Europeo nel marzo scorso (almeno 20% di energie rinnovabili nel mix di ogni Paese europeo entro il 2020), costituirà un passo in avanti fondamentale, ma non l’unico – perché una strategia di diversificazione rinnegherebbe se stessa se escludesse a priori opzioni potenzialmente suscettibili di contribuire in positivo alle prospettive di sicurezza energetico-ambientale (in questo senso desidero menzionare gli accordi di collaborazione energetica con gli Stati Uniti che il Ministro Bersani ha siglato l’altro ieri, proiettati su fonti innovative ed eco-compatibili quali il nucleare di quarta generazione, il carbone pulito, l’idrogeno e le bioenergie) -- alla ricerca e all’innovazione in nuove tecnologie, indispensabile a conseguire quegli avanzamenti in assenza dei quali l’equazione di uno sviluppo sicuro sotto il profilo dell’approvvigionamento energetico e sostenibile sotto il profilo della compatibilità ambientale si rivelerebbe insolubile.
È innegabile che su questo fronte l’Europa abbia dato un buon esempio con gli impegni assunti a marzo 2007 in materia di fonti rinnovabili, efficienza energetica e riduzione dei gas serra. Ma il ruolo di leadership che l’Europa ha – meritoriamente, non vi è ombra di dubbio – scelto di assumere in un settore cruciale per gli equilibri globali va misurato non solo dalla sua capacità di offrire il buon esempio, ma anche, se non soprattutto, dalla capacità di essere seguita: che il suo esempio faccia proseliti.
A questo proposito mi sembra utile richiamare un dato delle proiezioni del World Energy Outlook presentato in occasione di questo Congresso. Nello scenario virtuoso detto “450 Stabilisation Case”, di contenimento delle emissioni di gas serra nella misura più elevata raccomandata dall’IPCC per il 2030, la maggior parte dell’onere di adottare le misure corrispondenti (in termini di Carbon Sequestration and Storage; di espansione delle fonti rinnovabili e del nucleare pulito; di efficienza e risparmio energetico) ricadrà essenzialmente su tre players: Stati Uniti, Cina e India, cui spetterebbe di contribuirvi per oltre la metà.
Questo dato ci rammenta due verità di fondo che debbono costituire punti di riferimento costanti delle iniziative europee in materia:
-- il primo, la cooperazione energetica e ambientale rappresenta un terreno privilegiato su cui Europa e Stati Uniti possono e debbono rilanciare la loro collaborazione
-- il secondo, tutte le iniziative dei Paesi industrializzati, per quanto animate dalle migliori intenzioni, sono destinate a restare lettera morta se non riusciranno a coinvolgere e a corresponsabilizzare – in modo ragionevole e flessibile, s’intende – le economie dei Paesi emergenti, in particolare Cina e India condotte dal loro portentoso sviluppo verso posizioni di primato nel campo non solo della produzione di ricchezza, ma anche del consumo di risorse energetiche e del contributo al riscaldamento globale. |