Per quanto tempo potremo basare i consumi energetici sul petrolio? È una domanda senza risposta, ma ancora fondata più su ragioni politiche e di mercato che su carenza della materia prima. Quello che certo - quali che siano i prezzi attuali - è che la domanda di petrolio è in forte aumento in tutto il mondo, e con essa ci si avvia verso una fase di prezzi elevati e di crescente competitività per l'accaparramento di risorse sempre meno disponibili
È possibile fare previsioni attendibili sul mercato petrolifero? I prezzi del barile hanno raggiunto il picco di quasi 150 dollari a metà luglio 2008, allorché Goldman Sachs, uno dei centri di analisi più accreditati a livello mondiale, evocava un prezzo di 200 dollari al barile per il dicembre 2009. Meno di quattro mesi dopo, il barile era sceso sotto i 65 dollari, e la stessa Goldman Sachs ipotizzava che il prezzo potesse raggiungere i 50 dollari. Invece si è scesi sotto i 40, una cifra impensabile sei mesi fa.
Se c’è una cosa che, da almeno quaranta anni, dovrebbe averci abituato alla massima cautela è proprio la possibilità di fare previsioni attendibili sul mercato petrolifero. Il quale, anzi, è legato a così tante variabili da potersi ormai considerare “imprevedibile” per definizione. Con quel che ne consegue in termini di politica energetica.
Infatti, la politica energetica ha un duplice imperativo: -- assicurare la copertura di tutta la domanda di energia -- farlo in modo stabile e ai minori costi possibili.
In particolare il settore produttivo ha assoluta necessità di scenari affidabili per poter programmare investimenti che diano garanzie al sistema e alle famiglie. È dunque evidente l’esigenza di non fare troppo affidamento su una fonte imprevedibile com’è il petrolio (e per molti versi anche il gas, i cui costi sono legati a quelli del greggio). Come pure l’assoluta necessità di diversificare il mix di produzione dell’energia, sostituendo gli idrocarburi con fonti adeguate dal punto di vista tanto ambientale (rinnovabili) quanto economico e di sicurezza degli approvvigionamenti (carbone e nucleare). Anche in previsione del fatto che prima o poi le riserve di petrolio a basso costo finiranno. E se il quadro internazionale è così instabile in una situazione di relativa abbondanza di risorse, come quello attuale, cosa accadrà quando la disponibilità di materia prima si ridurrà a fronte di consumi in continua ascesa?
Carenza di petrolio e picco produttivo
La domanda - quanto durerà ancora il petrolio? - rimbalza da decenni da una parte all’altra del pianeta senza che alcuno sia in grado di offrire risposte precise. È certo che un giorno il petrolio di origine fossile finirà o sarà comunque talmente costoso da non essere più utilizzabile in modo massiccio. Ma quanto questo giorno sia vicino è impossibile dirlo. I pessimisti delineano scenari da vero e proprio medioevo energetico: la fine dell’era del petrolio, a loro giudizio, ci coglierà in ogni caso impreparati e alle prese con problemi che non si sono mai affrontati nelle moderne società industriali. Gli ottimisti sono convinti che di petrolio ne resti quanto basta, seppure a costi crescenti, per consentire una transizione “morbida” verso nuove tecnologie energetiche.
Una recente allarmata previsione è stata fatta il 29 ottobre nel corso di una conferenza stampa alla Borsa di Londra da un gruppo di studio costituito da otto industrie britanniche attive nei settori dei trasporti, dell’energia e dei servizi informatici. Secondo questa ricerca l’estrazione e la produzione di petrolio a costi contenuti toccherà il proprio picco entro il 2013; dopodichè rimarranno i giacimenti più impegnativi e costosi (perché a elevate profondità o in situazioni ambientali severe), oltre a quelli che ancora non abbiamo cercato e trovato e a quelli “non convenzionali” (sabbie e scisti bituminosi).
Al riguardo va detto che la previsione britannica parla opportunamente di oil crunch (contrazione della disponibilità di greggio) e non di peak oil (ovvero il picco produttivo, che si avrà quando le riserve rimanenti saranno inferiori al petrolio che si è storicamente estratto).
Previsioni simili sono state più volte fatte in passato e si sono sempre rivelate errate. Tuttavia parlare di oil crunch può essere realistico, poiché i consumi di petrolio sono in forte aumento, soprattutto nei popolosi Paesi in via di sviluppo. Secondo l’IEA (International Energy Agency) nel 2030 si bruceranno nel mondo circa 42 miliardi di barili/anno, contro i circa 31 miliardi di barili del 2007 (1 barile = 159 litri). Ma, a fronte della maggiore domanda, gli investimenti in ricerca e sviluppo di nuove risorse e in infrastrutture ristagnano un po’ ovunque, per cui è più che probabile che si crei, appunto, una situazione di oil crunch, con prezzi in costante ascesa e difficoltà crescenti per i Paesi importatori. Questi, però, sono soprattutto problemi di politica industriale e finanziaria, non di carenza di materia prima.
Resta pertanto in piedi l’interrogativo di fondo: fino a quando l’evoluzione dell’offerta di petrolio potrà soddisfare una domanda che si mantiene comunque crescente? È la questione che attiene al peak oil. Con previsioni tanto numerose quanto diverse. Secondo alcuni ci siamo, il picco si toccherà entro pochissimi anni; secondo altri arriveremo al picco tra 10-15 anni; secondo altri ancora tra 30, 40 e più anni.
Quanto durerà ancora il petrolio?
Per poter rispondere con un minimo di attendibilità a questa domanda, occorrerebbe disporre di dati certi sulla reale consistenza delle attuali riserve di petrolio. Che invece non abbiamo.
Le riserve accertate (cioè quelle che si ritiene possano essere estratte alle attuali condizioni tecniche ed economiche) sono oggi stimate pari a 41 volte i consumi totali annui di greggio. Ma tale valutazione è fortemente condizionata da incertezze tecniche ed economiche. Le prime derivano dal fatto che i volumi di idrocarburi contenuti nei giacimenti sono stimati quasi esclusivamente attraverso dati ottenuti con metodi indiretti (ad esempio in base alle proprietà fisiche delle rocce dei giacimenti rinvenuti), essendo molto costosi i metodi diretti, che richiederebbero una attività di perforazione notevolmente maggiore. Le seconde includono, in particolare, la difficoltà di poter prevedere l’andamento futuro dei costi di estrazione e dei prezzi di vendita.
A queste incertezze valutative si sommano, poi, le reticenze e le informazioni inesatte cui ricorrono spesso sia le grandi compagnie petrolifere (per ragioni di natura economica o finanziaria) sia i Paesi produttori. Quelli dell’OPEC, ad esempio, possono essere indotti a “gonfiare” le proprie riserve per mantenere le proprie quote di mercato, poiché la quota produttiva di ciascun Paese è assegnata in base al rapporto tra produzione e riserve accertate.
Queste considerazioni valgono ancora di più per le riserve stimate o probabili, cioè quelle che si valuta siano presenti nei giacimenti (e che possano essere estratte alle attuali condizioni tecnologiche e di mercato) sulla base di dati geologici e di ingegneria di giacimento, ma non ancora accertate.
Vi sono poi le riserve possibili, relative a giacimenti di cui si sospetta l’esistenza – con diversi gradi di affidabilità – ma che sono ancora da scoprire.
E infine le risorse non convenzionali, quali sabbie e scisti bituminosi, le cui riserve (in termini di olio estraibile) sono attualmente valutate in circa 5 volte quelle accertate di petrolio.
Non a caso abbiamo più volte fatto riferimento alle “attuali condizioni tecniche ed economiche”. È questa la chiave di lettura di tutto il discorso (vedi sotto). Infatti, il barile di petrolio viene oggi estratto a prezzi piuttosto bassi. Il prezzo medio è intorno ai 10 dollari/barile: tutto compreso si va da un minimo di 4 dollari delle zone più favorevoli del Medio Oriente, ad un massimo di 20-22 dollari in poche zone molto sfavorevoli, ad esempio, del Mare del Nord. Ed è evidente che tutti i calcoli sulle riserve cambierebbero di molto se si considerassero le risorse estraibili a prezzi maggiori di quelli attuali.
Inoltre anche le tecnologie sono in costante progresso. Ad esempio per incrementare la quota di olio estratta dai pozzi, che attualmente non supera il 22-25%. Ma tale percentuale è il doppio di quello che si riusciva ad estrarre trenta anni fa, e nuove tecnologie sono in fase di approntamento per ulteriori consistenti miglioramenti. Se la percentuale di estrazione raddoppiasse, parallelamente raddoppierebbero anche le riserve.
La conclusione cui si giunge con ragionevole certezza è che per ancora molto tempo il problema del petrolio si porrà in termini esclusivamente economici, finanziari e geopolitici, non di carenza fisica. Il petrolio – come materia prima - non finirà tra venti, trenta e nemmeno cinquanta anni. Quale che siano i prezzi attuali o dei prossimi anni, quella che molto probabilmente nel medio termine finirà è l’epoca del petrolio a buon mercato. Ci sarà, ma sarà sempre più conteso sui mercati internazionali, a costi sempre più alti.
Uno scenario per niente tranquillizzante, soprattutto per un Paese come il nostro, fortemente dipendente dagli idrocarburi di importazione, che non sembra aver ancora capito l’urgenza di diversificare il proprio mix di fonti energetiche in tutte le direzioni tecnicamente ed economicamente possibili.
Quante riserve e a quali costi?
Tornando al discorso del peak oil, quanto petrolio sarà ancora possibile estrarne in futuro? Come accennato, rispondere a questa domanda è tutt’ora impossibile. Per vari motivi. Infatti, oltre al fatto che non si conosce né la reale consistenza nemmeno delle riserve geologiche note, né l’evoluzione delle tecnologie estrattive (e, quindi, quanta percentuale di petrolio potrà essere estratta dai singoli giacimenti), vi sono vaste aree del pianeta non ancora esplorate ai fini petroliferi. Inoltre è anche impossibile prevedere l’andamento della domanda, in relazione alle politiche che saranno adottate e al possibile sviluppo di nuove tecnologie. Non a caso l’imminente scarsità di risorse petrolifere è stata in passato più volte autorevolmente annunciata, ma, finora, si è sempre dimostrato un allarme infondato.
Una cifra che viene spesso citata è quella della durata delle riserve conosciute in relazione alla produzione del momento. Cioè si dice: attualmente sono note riserve per 168 miliardi di tep (tonnellate equivalenti di petrolio), la produzione è di quasi 4 miliardi di tep/anno, quindi abbiamo riserve per poco più di 40 anni.
Questa cifra non ha senso, perché equivale a prevedere da un lato che nei prossimi quaranta anni non si rinvengano più nuove riserve, dall’altro che i consumi restino stabili. Ipotesi entrambe inverosimili. Conviene allora chiarire alcuni punti, a cominciare da cosa si intende per “riserve accertate”.
Il concetto di riserve accertate è universalmente condiviso e indica le “riserve recuperabili alle condizioni economiche e tecnologiche vigenti”. In altri termini: le riserve che sono convenzionalmente recuperabili con le tecnologie oggi disponibili e più o meno agli attuali costi.
Vale allora riflettere che, benché per varie ragioni il prezzo di mercato del barile sia soggetto a forti variazioni (in otto mesi è passato da 150 dollari a meno di 40 dollari), in realtà il costo medio della produzione di petrolio è piuttosto stabile, sui 10 dollari/barile. Quindi le “riserve accertate” fanno riferimento al petrolio che è possibile produrre ad un costo massimo di 22 dollari/barile.
Ma esistono riserve che possano essere prodotte ad un costo superiore, diciamo, a 30 dollari/barile? Certamente sì, e in quantità molto consistenti.
Ad esempio abbiamo accennato al fatto che di risorse non convenzionali (sabbie e scisti bituminosi) ne è nota la presenza per almeno 900 miliardi di tep (circa 5 volte le riserve di petrolio accertate, in termini di olio estraibile) pur non essendo state oggetto di rilevanti attività di ricerca. Già oggi le tecnologie disponibili consentirebbero di recuperare da tali “risorse non convenzionali” almeno 160-170 miliardi di tep (l’equivalente delle attuali “riserve accertate”) al costo di 27 - 30 dollari/barile. Va notato, inoltre, che i giacimenti finora noti non sono in Medio Oriente (dove è invece concentrata la maggioranza delle “riserve accertate”), ma in Paesi come il Canada, il Venezuela, la Russia e in aree come quella del Caspio e del centro Africa.
Tali risorse “non convenzionali” non vengono sfruttate per diversi motivi, di natura ambientale, logistica e politica. Tuttavia la ragione principale è che è molto meno costoso estrarre e raffinare il petrolio dei giacimenti “convenzionali”.
Il fatto che i prezzi di mercato del barile raggiungano periodicamente picchi rilevanti, non è quindi dovuto a scarsità strutturale di materia prima, ma ad una infinità di ragioni di valenza politica e commerciale direttamente o indirettamente messe in atto dai Paesi esportatori, dalle grandi compagnie petrolifere e dalla speculazione finanziaria.
In altri termini non manca la materia prima. Semplicemente il mercato petrolifero internazionale poggia su ben studiati tetti di offerta, che riguardano sia la produzione sia la raffinazione. Una situazione che sembra destinata a durare a lungo, determinando il ciclico ripetersi di "crisi petrolifere". Progressivamente sempre più pericolose per le economie maggiormente dipendenti dalle importazioni e che meno hanno messo in atto politiche di diversificazione. Come è il caso dell’Italia, ove non solo non è stata effettuata alcuna diversificazione a favore del carbone e del nucleare (come invece hanno fatto praticamente tutti gli altri Paesi industrializzati), ma ove si fa un gran parlare di tecnologie che saranno disponibili a prezzi competitivi solo tra dieci-quindici anni e, intanto, si punta tutto sul gas, i cui prezzi sono di fatto legati a quelli del petrolio. |